La carta sim con servizi già attivi costituisce pratica aggressiva sleale? (Paola della Campa)

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea con la sentenza 13 settembre 2018 nelle cause riunite C-54/17 e C-55/17 (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato «AGCM» / Wind Tre SpA e C-55/17, AGCM / Vodafone Italia SpA) ha affermato che mettere in commercio carte SIM contenenti servizi a pagamento preimpostati e previamente attivati costituisce una pratica commerciale «aggressiva sleale», qualora i consumatori non ne siano stati previamente informati.

Gli operatori telefonici dovranno conseguentemente in futuro porre maggiore attenzione ed evitare di attuare pratiche che violino i diritti dei consumatori.

Nel 2012 l’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato («AGCM») ha sanzionato le società Wind Telecomunicazioni (ora Wind Tre) e Vodafone Omnitel (ora Vodafone Italia) per aver commercializzato carte SIM sulle quali erano preimpostati e previamente attivati servizi di navigazione Internet e di segreteria telefonica i cui costi venivano addebitati all’utente, a meno che questi non ne richiedesse espressamente la disattivazione. I consumatori però non erano stati informati né dell’esistenza di tali servizi, né dei loro costi. Il servizio di navigazione Internet poteva dare luogo a connessioni effettuate all’insaputa dell’utente, in particolare attraverso applicazioni cosiddette «always on» (sempre attive).

Nei due gradi di giudizio, aventi ad oggetto l’impugnazione del provvedimento sanzionatorio, sono state assunte decisioni contrastanti sulla questione se l’attività censurata costituisca pratica commerciale aggressiva e fosse stata dunque correttamente irrogata la sanzione da parte di AGCM, competente in materia in base all’art.  27, par. 1 bis Codice del Consumo ovvero, come sostenuto dalle compagnie telefoniche, se essa dovesse piuttosto essere irrogata dall’Autorità Garante nelle Comunicazioni (AGCom), competente in caso di violazioni di obblighi informativi in materia di servizi di comunicazione elettronica in applicazione della normativa dell’Unione.

Allo scopo di evitare potenziali contrasti del diritto interno con quello dell’Unione Europea, con rinvio pregiudiziale[1] del 22 settembre 2016 il Consiglio di Stato ha sottoposto alla Corte di giustizia alcune questioni sull’interpretazione della direttiva sulle pratiche commerciali sleali[2] e del diritto dell’Unione in materia di comunicazioni elettroniche: in particolare la direttiva «quadro»[3]  e la direttiva «servizio universale»[4], che mirano a garantire la disponibilità di servizi di buona qualità accessibili al pubblico attraverso una concorrenza efficace e un’effettiva possibilità di scelta, attribuendo alle autorità nazionali di regolamentazione (ANR)  – in Italia l’AGCom – il compito di garantire un livello elevato di protezione dei consumatori nel settore specifico delle comunicazioni elettroniche.

In particolare, il Consiglio di Stato chiede alla Corte di giustizia se tale condotta messa in atto dagli operatori di telecomunicazioni possa essere qualificata come «fornitura non richiesta» o, più in generale, come «pratica commerciale aggressiva» ai sensi della direttiva sulle pratiche commerciali sleali e se il diritto dell’Unione in materia di comunicazioni elettroniche osti a una normativa nazionale in virtù della quale una «fornitura non richiesta» rientra nella direttiva sulle pratiche commerciali sleali, con la conseguenza che l’ANR non sarebbe competente a sanzionare tale condotta.

Con la sentenza in commento la Corte rileva che la richiesta di un servizio deve consistere in una scelta libera del consumatore. Pertanto, nel caso in cui il consumatore non sia stato informato né dei costi dei servizi né tantomeno delle loro previe impostazione e attivazione sulla carta SIM acquistata, non si può ritenere che egli abbia liberamente scelto la fornitura di tali servizi[5]. La Corte conclude che condotte come quelle contestate agli operatori di telefonia di cui trattasi costituiscono una «fornitura non richiesta» e pertanto, ai sensi della direttiva sulle pratiche commerciali sleali, una pratica sleale e più precisamente una pratica considerata in ogni caso aggressiva.

 Inoltre, la Corte osserva che non vi è contrasto tra la direttiva sulle pratiche commerciali sleali e la direttiva «servizio universale» per quanto concerne i diritti degli utenti finali. Infatti, quest’ultima impone ai fornitori di servizi di comunicazioni elettroniche di fornire determinate informazioni nel contratto, mentre la prima disciplina aspetti specifici delle pratiche commerciali sleali, come la «fornitura non richiesta».

La Corte dichiara di conseguenza che il diritto dell’Unione non osta a una normativa nazionale in virtù della quale una «fornitura non richiesta» deve essere valutata alla luce della direttiva sulle pratiche commerciali sleali, con la conseguenza che, secondo tale normativa, l’ANR di cui alla direttiva «quadro» non è competente a sanzionare tale condotta.

La sanzione è stata conseguentemente correttamente irrogata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato «AGCM», in base al Codice del Consumo italiano (art. 27, par. 1-bis).

 

 



[1] Il rinvio pregiudiziale consente ai giudici degli Stati membri, nell'ambito di una controversia della quale sono investiti, di interpellare la Corte in merito all’interpretazione del diritto dell’Unione o alla validità di un atto dell’Unione. La Corte non risolve la controversia nazionale, che verrà risolta dal giudice nazionale adito conformemente alla decisione della Corte stessa.

[2] Direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali

sleali delle imprese nei confronti dei consumatori nel mercato interno e che modifica la direttiva 84/450/CEE del

Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/27/CE e 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e il regolamento (CE) n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio (GU 2005, L 149, pag. 22).

[3] Direttiva 2002/21/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002, che istituisce un quadro normativo

comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica (direttiva quadro) (GU 2002, L 108, pag. 33), come modificata dalla direttiva 2009/140/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2009 (GU 2009, L 337, pag. 37 e rettifica in GU 2013, L 241, pag. 8).

[4] Direttiva 2002/22/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002, relativa al servizio universale e ai

diritti degli utenti in materia di reti e di servizi di comunicazione elettronica (direttivo servizio universale) (GU 2002, L 108, pag. 51), come modificata dalla direttiva 2009/136/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2009 (GU 2009, L 337, pag. 11).

[5] Si noti che è irrilevante il fatto che l’utilizzo dei servizi abbia potuto richiedere, in taluni casi, un’azione consapevole da parte del consumatore, così come che questi abbia avuto la possibilità di far disattivare o di disattivare egli stesso tali servizi, proprio per il fatto che non era stato previamente informato della loro esistenza.  Secondo la Corte, inoltre, non è evidente che un acquirente medio di carte SIM possa essere consapevole del fatto che tali carte contengano servizi preimpostati e previamente attivati, atti a generare costi aggiuntivi ovvero del fatto che alcune applicazioni o l’apparecchio stesso possano connettersi a Internet a sua insaputa, né che egli abbia una competenza tecnica sufficiente per disattivare tali servizi o tali connessioni automatiche sul proprio apparecchio.



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